Encephalartos hildebrandtii

Encephalartos hildebrandtii è una grande cicadea della costa dell’Africa orientale, diffusa nella boscaglia sempreverde costiera del Kenya e della Tanzania, isola di Zanzibar compresa, dal livello del mare a circa 450 m. Scoperta nel 1873 dall’esploratore tedesco Johann Maria Hildebrandt e descritta l’anno seguente a Berlino, questa specie del genere Encephalartos ha foglie lunghe fino a 2-3 m, verde scuro lucido e armate di denti spinosi, e un tronco che può raggiungere 6 m. La IUCN la considera a rischio minimo (valutazione del 2010), anche se lo sviluppo turistico ha distrutto alcune popolazioni sulla costa di Zanzibar. In Italia è documentata negli orti botanici di Napoli e di Messina, e un collezionista salentino ha visto le sue piante superare indenni una notte a −1 °C.

In sintesi: Encephalartos hildebrandtii

  • Nome accettato: Encephalartos hildebrandtii A.Braun & C.D.Bouché (1874), secondo The World List of Cycads (versione 2026.08.15) e l’IPNI; POWO non consultato direttamente
  • Nomi antichi e sinonimi: Encephalartos hildebrandtii var. dentatus Melville (1957), sinonimo; Encephalartos villosus f. hildebrandtii (A.Braun & C.D.Bouché) Henn. (1890); Zamia hildebrandtii (Species+)
  • Famiglia: Zamiaceae
  • Nomi comuni: nessun nome italiano attestato; in inglese «Mombasa cycad»; in swahili «msapo» e «mtsapu» (Species+)
  • Distribuzione naturale: Kenya (costa) e Tanzania (Lushoto, Tanga, isola di Zanzibar)
  • Stato IUCN: a rischio minimo (LC), valutazione del 2010 (Bösenberg), secondo The World List of Cycads; «quasi minacciata» (NT) nel piano d’azione IUCN del 2003
  • CITES e altre tutele: Appendice I della CITES (iscrizione di tutto il genere, dal 4 febbraio 1977); Allegato A nell’Unione europea, Italia compresa
  • Rusticità documentata: nessun valore misurato in modo rigoroso; nel Salento piante passate indenni attraverso una notte a −1 °C nel dicembre 2009 (vedi Rusticità)
  • Esposizione e substrato: in natura boscaglia sempreverde costiera, dal livello del mare a 450 m (Melville, 1957); in coltivazione sole o mezz’ombra luminosa, suolo molto drenante
  • Portamento e dimensioni adulte: tronco alto fino a 6 m e largo 30 cm; foglie di 2-3 m; coni maschili di 20-50 cm, coni femminili di 28-60 cm (Melville, 1957)
  • Tossicità: non studiata per la specie; rischio documentato per il genere (vedi Tossicità e precauzioni)
  • In Italia: due esemplari all’Orto Botanico di Napoli nel 1993-94 (Delpinoa, 1997); citato nella collezione dell’Orto Botanico di Messina (2009) e dichiarato dall’Orto Botanico di Catania su BGCI PlantSearch; coltivato da appassionati nel Salento e a Ravenna (forum Tropicamente)

Come riconoscere Encephalartos hildebrandtii?

Si riconosce dalle foglie molto lunghe, verde scuro e lucide, con foglioline lanceolate armate di diversi denti spinosi su ciascun margine e spesso di due o tre spine all’apice, e dai coni giallastri o rossastri. La descrizione più completa è quella di Melville (1957), nella sua revisione degli Encephalartos dell’Africa centrale:

  • Tronco: alto fino a 6 m e largo 30 cm; catafilli da lineari a strettamente triangolari, lunghi 10-15 cm, con un fitto tomento fulvo all’esterno.
  • Foglie: lineari-oblanceolate, lunghe 2-3 m e larghe 30-65 cm; rachide arrotondato sopra; base del picciolo rigonfia, dapprima lanosa e fulva, poi glabra nelle parti esposte.
  • Foglioline: quelle mediane lineari-lanceolate, lunghe 15-35 cm e larghe 13-45 mm, con l’apice acuminato, pungente o con 2-3 denti spinosi, e da 1-4 fino a 9 denti spinosi divaricati per margine, spesso raggruppati vicino alla base; coriacee, verde scuro lucido sopra, più chiare sotto, con 26-40 nervature parallele; le foglioline basse diventano palmate e spinose, poi trifide, bifide e infine semplici spine fino alla base del picciolo.
  • Coni maschili: da cilindrici a subconici o fusiformi, lunghi 20-50 cm e larghi 5-9 cm, da verdastri a rosso opaco, su un peduncolo di 5-25 cm.
  • Coni femminili: cilindrici, lunghi 28-60 cm e larghi 15-25 cm, giallo opaco, su un peduncolo di 4-6 cm.
  • Semi: ovoidi, troncati, rosso vermiglio, lunghi 20-38 mm e larghi 16-26 mm.

La descrizione originale del 1874, redatta su giovani piante portate da Hildebrandt e coltivate a Berlino, è più modesta: tronco delle piante selvatiche alto a volte 1,5 m, ma nelle piante coltivate non più di 20 cm, largo 15 cm, spesso con polloni alla base; foglie lunghe 0,5-1 m, lanose da giovani e poi glabre e lucide; 36-50 paia di foglioline, quelle mediane lunghe 8-10 cm e larghe 14-16 mm, con di solito quattro denti spinosi per lato. Gli autori la distinguevano già da Encephalartos septentrionalis, a tronco quasi interamente sotterraneo e globoso, e da Encephalartos villosus, più grande in tutte le sue parti, con foglioline molto più lunghe e strette.

Ibridi

Nelle fonti consultate non è documentato alcun ibrido naturale di Encephalartos hildebrandtii. La varietà dentatus descritta da Melville, oggi considerata sinonimo, era nota solo da piante coltivate a Dar es Salaam (vedi Tassonomia), senza che fosse indicata un’origine ibrida.

Possibili confusioni

La confusione più frequente è con Encephalartos kisambo, delle colline del sud-est del Kenya, considerato da Faden e Beentje (1989) forse la specie più vicina. Encephalartos kisambo ha spesso foglioline più falcate, una dentatura meno esuberante e foglie più erette; le differenze più sicure riguardano i coni, e i confronti vanno fatti su piante adulte. Anche Encephalartos equatorialis, dell’Uganda, si distingue secondo i suoi autori (Hurter e Glen, 1995): le sue foglioline sono diritte, dure, puntate verso l’apice e fortemente embricate verso la cima, mentre in Encephalartos hildebrandtii sono arcuate, flessibili, con la punta rivolta verso la base della foglia, e portano spesso due o tre spine all’apice.

La storia della specie mostra quanto sia facile sbagliare: una raccolta fatta nel 1911 sui monti Mathews, nel nord del Kenya, era stata identificata come Encephalartos hildebrandtii e si è rivelata appartenere a Encephalartos tegulaneus, descritto solo nel 1957. Melville, d’altra parte, aveva incluso in Encephalartos hildebrandtii le piante del fiume Mpanga, nell’ovest dell’Uganda, giudicandole intermedie con Encephalartos laurentianus; nel 1995 Hurter ha descritto proprio dalle cascate del Mpanga Encephalartos whitelockii, per cui, secondo la tassonomia attuale, quelle piante ugandesi dovrebbero appartenere a quest’altra specie, anche se nessuna fonte consultata lo afferma esplicitamente.

Tassonomia

Encephalartos hildebrandtii è un nome accettato. Alexander Braun e Carl David Bouché lo pubblicarono nel 1874 nell’Index Seminum del giardino botanico di Berlino (p. 18), tra le «piante nuove portate dall’Africa orientale dal signor Hildebrandt, coltivate nel 1874 nell’orto berlinese». La diagnosi latina indica che Hildebrandt la scoprì nel 1873 sulle colline cespugliose della «costa di Zanzibar», espressione che con ogni probabilità designa la costa continentale allora soggetta al sultanato: The World List of Cycads indica infatti come tipo una raccolta di Hildebrandt senza numero, di Mombasa, in Kenya, conservata come olotipo a Berlino (B); Melville (1957) ne cita un isotipo a Kew.

Nel 1890 Hennings la ridusse a forma di Encephalartos villosus (Encephalartos villosus f. hildebrandtii), combinazione oggi abbandonata. Nel 1957 Melville distinse due varietà: la var. hildebrandtii, con le creste delle squame dei coni prive di denti, e la var. dentatus, con creste dentate, descritta da una pianta coltivata in un giardino di Dar es Salaam (Wigg 1044, 1952) e nota allora solo in coltivazione. The World List of Cycads considera oggi la var. dentatus un sinonimo della specie. Hurter, che aveva visto piante di questo tipo in diverse località della Tanzania, ne respinse nel 1995 l’identificazione con le cicadee dei dintorni di Jinja, in Uganda (Hurter e Glen, 1995).

Etimologia e storia

L’epiteto onora Johann Maria Hildebrandt (1847-1881), esploratore, botanico e raccoglitore tedesco dell’Africa orientale e del Madagascar, che raccolse il tipo (Haynes, 2022, citato da The World List of Cycads).

La specie entrò in coltivazione quasi subito: già nel 1874 le giovani piante portate da Hildebrandt crescevano a Berlino, dove furono descritte. Prain la trattò nel 1917 nella Flora of Tropical Africa, e Melville ne diede nel 1957 la descrizione più completa, insieme alla chiave degli Encephalartos dell’Africa centrale e orientale.

Nomi comuni

Per Encephalartos hildebrandtii non è attestato alcun nome comune italiano. In inglese Species+ e la Flora of Mozambique indicano «Mombasa cycad» (cicadea di Mombasa). Species+ riporta anche due nomi swahili, «msapo» e «mtsapu».

In natura

Encephalartos hildebrandtii vive sulla costa del Kenya e della Tanzania: The World List of Cycads indica la costa keniota e, in Tanzania, i distretti di Lushoto (monti Usambara orientali) e di Tanga e l’isola di Zanzibar. Secondo Melville (1957) cresce nella boscaglia sempreverde costiera, dal livello del mare a 450 m. La Flora of Mozambique cita una segnalazione per il Mozambico nella Flora Zambesiaca, basata su materiale sterile e quindi dubbia; il Mozambico non è indicato da The World List of Cycads.

Il piano d’azione della IUCN (2003) segnala che l’espansione urbana e gli insediamenti turistici hanno distrutto popolazioni di Encephalartos hildebrandtii lungo la costa orientale di Zanzibar, e pubblica la fotografia di una popolazione disboscata per la costruzione di un villaggio turistico.

Stato di conservazione e normativa

The World List of Cycads classifica Encephalartos hildebrandtii a rischio minimo (LC), secondo la valutazione di Bösenberg (2010); la Lista rossa non ha potuto essere consultata direttamente. Nel 2003 il piano d’azione della IUCN la considerava «quasi minacciata» (NT), con 10.000-20.000 piante, un declino debole, popolazioni presenti in aree protette e la distruzione dell’habitat come minaccia principale.

La specie rientra nell’Appendice I della CITES, in virtù dell’iscrizione dell’intero genere in vigore dal 4 febbraio 1977, e nell’Allegato A del regolamento europeo sul commercio delle specie protette (regolamento (UE) 2026/1383, applicabile dal 29 giugno 2026), valido anche in Italia: acquisto, vendita ed esposizione a fini commerciali richiedono documenti che attestino l’origine legale della pianta. Per le importazioni dal Sudafrica di piante riprodotte artificialmente (codici di origine A e D), il gruppo di consultazione scientifica dell’UE ha espresso un parere favorevole per caudici di 7 cm di diametro al massimo (20 giugno 2011) e un parere sfavorevole oltre questa misura (7 febbraio 2013). Species+ registra anche sospensioni passate del commercio con il Mozambico (2012-2018), non più in vigore. Banche dati consultate l’11 ottobre 2026: verificate la normativa in vigore.

Le regole valgono anche per i semi raccolti in viaggio. Sul forum italiano Tropicamente, nel marzo 2011, un viaggiatore racconta di aver raccolto a Zanzibar semi di Encephalartos nel giardino di un albergo, dove i giardinieri li offrivano gratuitamente; un altro partecipante li identifica come Encephalartos hildebrandtii, e la discussione ricorda che l’importazione senza documenti CITES non è consentita, anche quando la pianta madre cresce in un giardino privato.

Coltivazione

Le fonti affidabili sulla coltivazione sono poche. L’ambiente naturale, una boscaglia costiera calda e senza gelo, suggerisce un substrato molto drenante, sole o mezz’ombra luminosa, annaffiature regolari nella stagione calda e un inverno più asciutto, come per gli altri Encephalartos tropicali. La descrizione originale mostra che giovani piante portate dall’Africa crescevano già a Berlino nel 1874 e che tendevano a emettere polloni alla base.

In Italia

All’Orto Botanico di Napoli erano coltivati due esemplari di Encephalartos hildebrandtii, provenienti dal Kenya e dalla Tanzania, nel 1993-94, secondo la tabella 1 di uno studio pubblicato nel 1997 nella rivista dell’Orto, Delpinoa; la specie non è citata nelle pubblicazioni successive del giardino consultate, e la sua presenza attuale non è accertata. Figura inoltre nell’elenco delle cicadee dell’Orto Botanico «Pietro Castelli» di Messina (pagina datata 23 febbraio 2009), senza indicare se sia in piena terra o in vaso, ed è dichiarata dall’Orto Botanico di Catania su BGCI PlantSearch, una banca dati che non mostra la data di aggiornamento.

Sul forum Tropicamente, un collezionista del Salento (che in altri messaggi scrive da Nardò, in provincia di Lecce) ne coltiva diverse piante (vedi Rusticità), e un coltivatore di Ravenna (Emilia-Romagna) mostrava nel luglio 2009 le nuove foglie di una pianta arrivata «dalle Americhe», senza dettagli sulla coltivazione.

Moltiplicazione

La semina è il metodo abituale. Sul forum Tropicamente un collezionista salentino ricordava nel 2011 che i semi di Encephalartos possono impiegare da 12 a 18 mesi per germinare, o non germinare affatto, secondo la loro fertilità e il grado di maturazione. La descrizione originale segnala polloni frequenti alla base delle giovani piante coltivate a Berlino. Ricordiamo che anche i semi rientrano nell’Appendice I della CITES.

Malattie e parassiti

Nelle fonti consultate non è documentata alcuna malattia né alcun parassita proprio di Encephalartos hildebrandtii. In coltivazione il rischio principale resta, come per tutti gli Encephalartos, il marciume delle radici e del caudice in un substrato freddo e bagnato.

Rusticità

Encephalartos hildebrandtii è una specie di costa tropicale e non conosce il gelo in natura; non è stato trovato alcun valore di resistenza al freddo misurato in modo rigoroso. I pochi riscontri italiani indicano però che sopporta una gelata breve e leggera.

In Italia

  • Salento (Puglia): un collezionista di Nardò (Lecce) riferisce nel dicembre 2008, in base alla sua esperienza con piante «di una certa dimensione e in pieno benessere», che il gruppo di specie formato da Encephalartos arenarius, Encephalartos bubalinus, Encephalartos sclavoi, Encephalartos hildebrandtii ed Encephalartos kisambo perde completamente le foglie dopo una gelata, ma con buone possibilità di ripresa alla stagione successiva. Nel dicembre 2009 lo stesso collezionista scrive che, dopo una sola notte a −1 °C tra due giornate con massime vicine ai 20 °C, che aveva danneggiato diversi altri Encephalartos, le sue piante di Encephalartos sclavoi, Encephalartos kisambo ed Encephalartos hildebrandtii erano «passate indenni», e che non era il primo freddo che sperimentavano. Non precisa se fossero in vaso o in piena terra.

Non è stato trovato alcun riscontro per le altre zone climatiche italiane. Si tratta di una gelata brevissima e leggera: non permette di consigliare la piena terra.

Esperienze in Francia, utili per l’Italia

Il clima del sud-est della Francia è vicino a quello di molte regioni italiane, come le riviere ligure e tirrenica, la Sicilia, la Sardegna o la Puglia, e le esperienze francesi possono orientare il coltivatore italiano. Per questa specie, però, non è stato trovato alcun riscontro francese datato. Come per gli altri Encephalartos, le sopravvivenze osservate nelle zone fredde riguardano spesso giovani piante con il caudice interrato, protette dall’inerzia termica del suolo e talvolta dalla neve; un esemplare adulto con il tronco fuori terra, come diventa questa specie, non gode di questa protezione.

Riferimenti internazionali

Nella sua area naturale, la costa dell’Africa orientale, il gelo è assente. Non è stato trovato alcun riscontro datato e misurato sui forum anglofoni consultabili. In sintesi, una gelata leggera e brevissima può essere superata, ma il gelo ripetuto o prolungato e il freddo umido restano rischiosi: nella maggior parte dell’Italia la coltivazione in un grande vaso, riparato in inverno, è la scelta prudente.

Tossicità e precauzioni

Nessuno studio ha riguardato la tossicità di Encephalartos hildebrandtii, ma la pianta non va considerata innocua: la tossicità degli Encephalartos è dimostrata per Encephalartos horridus fin dal 1944, e i semi delle cicadee contengono glicosidi tossici, tra cui la cicasina e la macrozamina, che colpiscono il fegato, l’apparato digerente e il sistema nervoso. Usate i guanti per pulire i semi, tenete piante e semi fuori dalla portata di bambini e animali e, in caso di ingestione, rivolgetevi subito a un centro antiveleni, a un medico o a un veterinario.

Usi tradizionali

Il piano d’azione della IUCN (2003) riferisce che a Zanzibar i fusti di Encephalartos hildebrandtii sono stati usati, come quelli di altre cicadee, per ricavarne una farina ricca di amido, probabilmente solo nei periodi di carestia (osservazione personale dell’autore). Questa preparazione tradizionale non va imitata: le cicadee sono tossiche.

Domande frequenti

Chi era Hildebrandt?

Johann Maria Hildebrandt (1847-1881), esploratore e botanico tedesco che raccolse piante nell’Africa orientale e in Madagascar. Scoprì la specie nel 1873 e le piante che portò a Berlino servirono a descriverla nel 1874.

Quanto diventa grande?

Molto. Melville (1957) indica un tronco alto fino a 6 m e foglie di 2-3 m; in coltivazione le giovani piante restano a lungo molto più piccole.

Come distinguere Encephalartos hildebrandtii da Encephalartos kisambo?

Non è facile sulle piante giovani. Encephalartos kisambo ha spesso foglioline più falcate, una dentatura meno esuberante e foglie più erette; le differenze più sicure riguardano i coni e vanno verificate su piante adulte.

Resiste al freddo in Italia?

Solo a gelate brevi e leggere, per quanto se ne sa. Nel Salento alcune piante sono passate indenni attraverso una notte a −1 °C nel 2009; non esistono dati per gelate più forti o più lunghe. Il vaso, svernato al riparo, resta la scelta prudente.

Dove si può vedere in Italia?

Le fonti la citano all’Orto Botanico di Napoli (due esemplari nel 1993-94), all’Orto Botanico di Messina (elenco del 2009) e all’Orto Botanico di Catania (BGCI PlantSearch). La presenza attuale non è stata verificata: conviene informarsi presso i giardini.

Si possono portare in Italia semi raccolti a Zanzibar o in Kenya?

No, non senza documenti. Tutti gli Encephalartos, semi compresi, rientrano nell’Appendice I della CITES e nell’Allegato A dell’Unione europea; l’importazione richiede permessi rilasciati dalle autorità competenti.

È tossica?

Va considerata tale. La specie non è stata studiata, ma gli Encephalartos sono tossici, in particolare i semi.

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Fonti

Siti di riferimento

Bibliografia

  • Braun, A. & Bouché, C.D. (1874). Encephalartos hildebrandtii. Index Seminum in Horto Botanico Berolinensi 1874: 18. [Protologo; scansione letta. Letteratura primaria.]
  • Melville, R. (1957). Encephalartos in Central Africa. Kew Bulletin 12(2): 237-257. [Descrizione emendata, varietà dentatus, distribuzione e habitat; testo integrale letto.]
  • Faden, R.B. & Beentje, H.J. (1989). Encephalartos kisambo, a new cycad from Kenya, with a note on Encephalartos tegulaneus. Utafiti 2(1): 7-10. [Confronto con Encephalartos kisambo; raccolta del 1911 attribuita a torto a Encephalartos hildebrandtii; ripreso dalle schede di kisambo e tegulaneus.]
  • Hurter, P.J.H. & Glen, H. (1995). Encephalartos equatorialis (Zamiaceae): a newly described species from tropical Africa. South African Journal of Botany 61(4): 226-229. [Confronto con Encephalartos hildebrandtii e var. dentatus; ripreso dalla scheda di Encephalartos equatorialis.]
  • Osborne, R. (1990). Focus on Encephalartos hildebrandtii. Encephalartos 22: 6-12. [Rivista di società specializzata; citata da The World List of Cycads, non consultata.]
  • Haynes, J.L. (2022). Etymological compendium of cycad names. Phytotaxa 550(1): 1-31. https://doi.org/10.11646/phytotaxa.550.1.1 [Etimologia dell’epiteto; citata da The World List of Cycads, testo non consultato.]
  • Bösenberg, J.D. (2010). Encephalartos hildebrandtii. The IUCN Red List of Threatened Species 2010: e.T41931A10603165. [Valutazione LC; citata da The World List of Cycads, Lista rossa non consultata (sito bloccato).]
  • Donaldson, J.S. (a cura di) (2003). Cycads. Status Survey and Conservation Action Plan. IUCN/SSC Cycad Specialist Group, Gland e Cambridge. [Stato NT nel 2003, effettivi, distruzione di popolazioni a Zanzibar, uso del fusto; testo integrale consultato.]
  • Gaudio, L., Aceto, S., Caputo, P., Cozzolino, S., Siniscalco Gigliano, G., Moretti, A. & De Luca, P. (1997). Enzyme polymorphism in Encephalartos Lehmann (Zamiaceae). Delpinoa n.s. 35-36 (1993-1994): 55-64. [Esemplari coltivati all’Orto Botanico di Napoli, tabella 1; testo integrale consultato.]
  • Van der Walt, S.J. (1944). Recent investigations into the toxicity of plants, etc., in the Union of South Africa. Onderstepoort Journal of Veterinary Science and Animal Industry 20(1). https://repository.up.ac.za/handle/2263/59542 [Tossicità di Encephalartos horridus; riassunto consultato; dato a livello di genere.]
  • Calonje, M., Stevenson, D.W. & Osborne, R. (2026). The World List of Cycads, versione 2026.08.15. Montgomery Botanical Center, Coral Gables. https://doi.org/10.5281/zenodo.21958524 [Lista di riferimento: nome accettato, autori, protologo, tipo, distribuzione, sinonimi, stato IUCN; consultata direttamente.]