Euphorbia resinifera

euphorbia resinifera

Euphorbia resinifera O.Berg è una succulenta cactiforme endemica del Marocco, appartenente alla famiglia Euphorbiaceae e, all’interno del genere Euphorbia, al sottogenere Euphorbia. Forma cuscini densissimi di fusti eretti a quattro spigoli, verde glauco, che nelle stazioni naturali dell’Atlante coprono il pendio per diversi metri quadrati.

È probabilmente l’euforbia con la storia farmacologica più lunga documentata. Il suo lattice essiccato, l’euphorbium, era già raccolto sul monte Atlante in epoca romana e descritto da Dioscoride e da Plinio, che ne segnalavano l’estrema acredine. Duemila anni dopo, la stessa pianta è tornata al centro della ricerca biomedica: dal suo lattice è stata isolata nel 1975 la resiniferatossina, uno degli agonisti del recettore TRPV1 più potenti conosciuti, studiata come analgesico.

A questo si aggiunge un terzo ruolo, meno noto fuori dal Marocco: Euphorbia resinifera è una delle principali piante mellifere del paese, all’origine di un miele monoflorale che ha ottenuto un’indicazione geografica protetta.

L’epiteto resinifera significa “che produce resina” e rinvia esattamente a questo lattice, il carattere che ha dato alla pianta la sua importanza economica.

Come riconoscerla

Arbusto succulento denso e a crescita lenta, che forma un cuscino a più fusti. L’altezza resta modesta, in media inferiore al metro e spesso attorno ai 60 cm, mentre lo sviluppo laterale è nettamente più importante e va da mezzo metro a due metri, fino a superare i due metri negli esemplari coltivati più vecchi. Questa architettura tappezzante ha un effetto riconosciuto sul terreno: contribuisce a limitare l’erosione dei versanti.

I fusti sono eretti, colonnari, a quattro spigoli, di colore verde glauco tendente all’azzurro, e sono privi di foglie: la fotosintesi è affidata interamente al fusto. Sono così serrati gli uni contro gli altri da formare una massa compatta.

Gli spigoli sono leggermente ondulati e portano coppie di spine corte, brune, distanziate lungo il margine. L’armatura è modesta rispetto a quella di molte cactiformi africane, e la pianta non è realmente aggressiva al tatto.

I ciazi sono di un giallo vivo, molto luminoso sul fondo glauco dei fusti, e compaiono nella parte terminale dei fusti e dei rami. Si dispongono per tre su cime ascellari: il ciazio mediano, subsessile e maschile, si sviluppa per primo e cade prima che maturino le capsule dei due ciazi laterali, che sono ermafroditi e portati da un peduncolo spesso. Questo scarto di maturazione favorisce l’incrocio, e il sistema riproduttivo della specie è descritto come prevalentemente allogamo. La fioritura si colloca tra la fine dell’inverno e la primavera.

Il fiore giallo è molto visitato dalle api, ed è su questo carattere che si fonda l’intera filiera del miele di euforbia.

Cultivar e forme

La forma comunemente diffusa in coltura corrisponde al tipo. Il commercio propone anche Euphorbia resinifera f. compacta, dal portamento più raccolto, con fusti più corti che formano un cuscino nettamente emisferico. Si tratta di una selezione orticola, non di un taxon riconosciuto dalla nomenclatura botanica.

Non sono documentati ibridi naturali per questa specie nelle fonti consultate.

Confusioni possibili

La confusione più frequente riguarda l’altra grande cactiforme marocchina, Euphorbia officinarum, e in particolare la sua sottospecie echinus, del Souss e del sud-ovest del paese. Quest’ultima è più alta, forma cuscini più ampi e ha fusti con un numero maggiore di coste e una spinescenza più marcata. Le due specie sono spesso confuse anche nel commercio dei prodotti derivati, dove il nome vernacolare daghmous è applicato indifferentemente ai mieli prodotti sull’una e sull’altra.

Con le cactiformi canarie la distinzione è di scala: Euphorbia canariensis forma colonie candelabriformi alte tre o quattro metri, Euphorbia handiensis resta più contenuta ma non produce mai il cuscino compatto e basso di Euphorbia resinifera.

Le euforbie globose sudafricane, come Euphorbia polygona o Euphorbia horrida, hanno un numero di coste molto superiore e una spinescenza derivata dai peduncoli fiorali persistenti, del tutto diversa.

Tassonomia

Euphorbia resinifera O.Berg è stata pubblicata in O.C. Berg & C.F. Schmidt, Darstellung und Beschreibung sämmtlicher in der Pharmacopoea Borussica aufgeführten officinellen Gewächse 4: 34d verso (1863). Il nome è accettato da POWO, che indica il Marocco come unico areale nativo e segnala l’introduzione della specie in Spagna.

Un’avvertenza utile: diverse fonti divulgative attribuiscono la specie ad A. Berger. L’autore corretto, secondo POWO, IPNI e Wikispecies, è O. Berg, cioè Otto Karl Berg. Conviene verificare questo punto prima di riprendere una citazione trovata in rete.

I sinonimi omotipici sono Tithymalus resinifer (O.Berg) H.Karst. (1882) e Euphorbia resinifera var. typica Croizat (1942), quest’ultima non validamente pubblicata. World Flora Online riporta inoltre Euphorbia resinifera var. chlorosoma Croizat.

Sul piano infragenerico la specie rientra nel sottogenere Euphorbia, sezione Euphorbia, quella delle cactiformi africane e asiatiche, alla quale appartengono anche le altre cactiformi nordafricane e canarie. Le relazioni fini all’interno di questo insieme non sono state chiarite nelle fonti consultate per questa scheda, e conviene astenersi dall’affermare una parentela precisa con Euphorbia officinarum sulla sola base della somiglianza morfologica e della prossimità geografica.

In natura

Euphorbia resinifera è endemica del Marocco e occupa i versanti dell’Atlante in modo molto discontinuo, dall’Alto Atlante centrale nella regione di Demnate fino al Medio Atlante nella zona di El Ksiba, con il nucleo principale nelle province di Beni Mellal e Azilal. L’area complessivamente occupata è stata stimata attorno ai 316 500 ettari, ma si tratta di una superficie frammentata in popolazioni disgiunte.

Uno studio di genetica delle popolazioni condotto con marcatori ISSR ha mostrato che la struttura genetica di queste popolazioni segue un modello di isolamento per distanza geografica, mentre non risulta correlata all’altitudine. La specie si riproduce sia per via sessuata sia per via vegetativa, e questa doppia strategia contribuisce al mantenimento e all’espansione dei popolamenti.

La pianta cresce su versanti rocciosi e pendii secchi, in un clima mediterraneo di montagna caratterizzato da estati calde e secche e da inverni freschi, con gelate leggere: è questa origine che spiega la rusticità relativamente buona della specie in coltura.

Sul piano della conservazione, la pressione principale è legata all’utilizzazione della risorsa, tanto per il lattice quanto per l’apicoltura, in un areale limitato e frammentato. Come tutte le euforbie succulente, la specie rientra nell’Appendice II della CITES.

Coltivazione in piena terra

Euphorbia resinifera è una delle succulente cactiformi più facili da coltivare in giardino secco mediterraneo, ed è anche una delle più tolleranti al freddo del suo gruppo.

Richiede pieno sole, o al più un’ombra pomeridiana nelle situazioni desertiche più estreme, e un terreno drenante. È relativamente indulgente sulla natura del substrato: sopporta anche i suoli argillosi purché siano in pendenza, condizione che evita il ristagno alle radici.

Le irrigazioni sono ridotte: occasionali nelle situazioni litoranee, un poco più frequenti nell’entroterra durante la primavera e l’estate. In clima mediterraneo una pianta stabilita si accontenta delle piogge stagionali.

La crescita è lenta e il portamento a cuscino si forma nel corso degli anni. Il posizionamento va quindi ragionato una volta per tutte: il gruppo si allarga progressivamente e mal sopporta di essere spostato una volta insediato.

Nessuna concimazione è necessaria su suolo naturale. Un eccesso di azoto produce fusti allungati e di colore più verde, che perdono la tonalità glauca caratteristica.

Coltivazione in vaso

In contenitore la specie si comporta bene e resta gestibile a lungo grazie alla crescita lenta. Va tenuto presente che lo sviluppo è soprattutto laterale: serve un vaso largo più che profondo, e la pianta finirà per debordare.

Il substrato sarà minerale per almeno due terzi, con pomice, lapillo o pozzolana, sabbia grossolana e una frazione ridotta di terriccio. La terracotta è preferibile alla plastica per la sua permeabilità.

Le annaffiature seguono il ciclo stagionale: regolari ma moderate in primavera e all’inizio dell’estate, ridotte nel periodo più caldo se la crescita rallenta, praticamente sospese in inverno. Il substrato deve asciugare completamente fra un intervento e l’altro.

Il rinvaso si effettua ogni due o tre anni all’inizio della primavera. Un cuscino ben sviluppato è ingombrante e difficile da maneggiare senza rompere i fusti periferici: conviene lavorare in due, con guanti e una protezione attorno alla massa.

Moltiplicazione

Per talea il metodo è semplice ed è quello normalmente praticato. Si separa un fusto dalla periferia del cuscino con una lama pulita, si arresta il flusso di lattice con acqua fredda, si lascia cicatrizzare all’asciutto e all’ombra per una o due settimane, poi si mette a radicare in substrato sabbioso appena umido, al caldo e in luce viva. La radicazione è buona.

Per seme la semina è praticabile in primavera su substrato minerale, con seme fresco. Vale la pena ricordare che la specie è prevalentemente allogama: la produzione di semi in collezione richiede due individui geneticamente distinti in fioritura simultanea.

In tutti i casi la manipolazione richiede protezioni: il lattice di questa specie è fra i più aggressivi del genere, e non è una precauzione formale.

Malattie e parassiti

Il marciume basale è il rischio principale ed è quasi sempre la conseguenza di un substrato che resta umido, soprattutto in periodo freddo. In un cuscino serrato il sintomo iniziale è particolarmente difficile da individuare, perché la base dei fusti non è visibile: conviene esaminare periodicamente la periferia del gruppo e reagire al primo fusto che ingiallisce o si affloscia.

Le cocciniglie farinose trovano un rifugio ideale negli interstizi fra i fusti addossati, dove nessun trattamento fogliare le raggiunge. È il parassita più insidioso su questa specie, e l’ispezione regolare vale più di qualsiasi intervento tardivo.

Le cocciniglie radicicole compaiono nei vasi lasciati troppo a lungo senza rinvaso.

Il ragnetto rosso interviene in serra calda e secca e provoca una decolorazione dell’epidermide che non si recupera.

Rusticità

È il punto forte della specie fra le cactiformi. I vivaisti specializzati indicano una resistenza verificata attorno a -6 °C, valore nettamente superiore a quello delle euforbie cactiformi tropicali, che soffrono già sotto i 10 °C.

Questa tolleranza si spiega con l’origine montana della pianta, che nell’Atlante sopporta gelate invernali leggere. Vale però la regola generale delle succulente: la resistenza dipende tanto dal freddo quanto dall’umidità che lo accompagna. Una gelata secca e breve, con substrato asciutto e pianta in riposo, passa senza danni; alcune ore attorno allo zero su terreno saturo provocano marciumi che si manifestano settimane dopo.

In pratica, la coltivazione in piena terra è ragionevole in tutta la fascia mediterranea litoranea e nelle situazioni riparate dell’entroterra, a condizione che il drenaggio invernale sia perfetto.

Usi tradizionali

L’euphorbium

Il lattice essiccato di Euphorbia resinifera, raccolto per incisione dei fusti, costituisce l’euphorbium, una delle droghe vegetali più antiche documentate. Dioscoride e Plinio ne descrivono la raccolta sul monte Atlante e ne segnalano l’acredine estrema. Secondo Plinio il nome deriva da Euphorbus, medico del re Giuba II di Mauretania, ed è lo stesso che ha poi dato il nome al genere.

La farmacopea antica e medievale ne faceva un revulsivo per sciatica, paralisi e dolori articolari, applicato esternamente, e un purgante violento per uso interno, sempre diluito in olio di rose, estratto di liquirizia, tragacanto o gomma arabica. La medicina moderna ha abbandonato completamente l’uso interno.

In Marocco la pianta porta numerosi nomi vernacolari — tikiout in amazigh, zaggoum o zakkoum e daghmous in arabo dialettale, lubban al-maghribi per la resina — e resta impiegata nella medicina popolare per alcune dermatosi e, secondo le rilevazioni etnobotaniche, nel trattamento del diabete e come rimedio antitumorale. Sono usi tradizionali riportati dalla letteratura, non validati clinicamente, e la tossicità del lattice li rende pericolosi.

La resiniferatossina

Nel 1975 è stata isolata dal lattice la resiniferatossina, un analogo del capsaicinoide del peperoncino di potenza radicalmente superiore, che agisce come agonista ultrapotente del recettore vanilloide TRPV1, il canale cationico implicato nella percezione del dolore e nell’infiammazione neurogena.

Il meccanismo è paradossale e interessante: una stimolazione massiva e prolungata di TRPV1 provoca la desensibilizzazione, e in certe condizioni la distruzione selettiva, dei neuroni sensoriali che esprimono il recettore. Da qui l’interesse per il trattamento di dolori cronici severi, esplorato dalla ricerca clinica a partire dagli anni Novanta. La molecola è oggi prodotta e commercializzata come principio attivo purificato a partire dal lattice della specie.

Il miele di euforbia

Euphorbia resinifera è una delle grandi piante mellifere del Marocco. Gli apicoltori praticano una transumanza specifica verso le popolazioni dell’Atlante nelle province di Beni Mellal e Azilal durante i mesi di giugno e luglio, e la produzione annuale associata alla specie è stimata attorno alle 300 tonnellate.

Il miele monoflorale che ne deriva, dal gusto caratteristicamente pungente, è fra i più apprezzati del paese. Le cooperative apistiche della regione hanno ottenuto nel 2013 il riconoscimento di un’indicazione geografica protetta per il miele di euforbia di Tadla-Azilal, noto localmente come miele di zaggoum in arabo marocchino o miele di tikiwt in amazigh.

Attenzione a una confusione commerciale frequente: il termine daghmous è usato genericamente per i mieli di euforbia marocchini, e molti prodotti venduti sotto questa denominazione provengono in realtà dal Souss e dunque da Euphorbia officinarum subsp. echinus, non da Euphorbia resinifera. L’indicazione geografica protetta di Tadla-Azilal riguarda specificamente quest’ultima.

Domande frequenti

Perché il lattice è considerato così pericoloso? Perché contiene resiniferatossina, un agonista TRPV1 estremamente potente, oltre agli esteri diterpenici comuni al genere. Il contatto provoca ustioni chimiche e, sugli occhi, lesioni corneali gravi. È una delle euforbie per le quali guanti e occhiali non sono facoltativi.

Se il lattice è tossico, come può il miele essere commestibile? Il miele proviene dal nettare dei ciazi, non dal lattice, che circola in canali propri all’interno dei tessuti. È un caso analogo a quello di altre piante mellifere dalle parti vegetative tossiche.

Fino a che temperatura resiste? Le fonti orticole indicano una resistenza verificata attorno a -6 °C, il che la rende una delle cactiformi più rustiche. La condizione è che il substrato sia asciutto e la pianta in riposo.

Perché il mio esemplare diventa verde e si allunga? Luce insufficiente, eccesso d’acqua o concimazione azotata, spesso in combinazione. La tonalità glauca e la compattezza si ottengono in condizioni asciutte e in pieno sole.

Posso raccogliere il lattice per uso personale? No. La manipolazione a fini di raccolta espone a ustioni gravi, e le preparazioni tradizionali descritte nella letteratura antica non hanno alcuna validazione moderna. La resiniferatossina utilizzata in ambito medico è una molecola purificata, dosata e somministrata in condizioni controllate.

Siti di riferimento

Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew: https://powo.science.kew.org — Autorità nomenclaturale seguita in questo sito; ha fornito l’autore corretto, la citazione di pubblicazione originale, i sinonimi omotipici e l’areale nativo.

International Plant Names Index: https://www.ipni.org — Verifica della citazione d’autore e del rapporto fra il nome accettato e la varietà di Croizat.

World Flora Online: https://www.worldfloraonline.org — Elenco complementare dei sinonimi infraspecifici.

LLIFLE, Encyclopedia of Succulents: https://llifle.com — Nomi vernacolari nelle diverse lingue e dati di habitat; nomenclatura da confrontare con POWO.

San Marcos Growers: https://www.smgrowers.com — Descrizione orticola dettagliata, dati dimensionali, colore dei ciazi e unica soglia di rusticità verificata in coltura reperita per questa specie.

North Carolina Extension Gardener Plant Toolbox: https://plants.ces.ncsu.edu — Scheda orticola e menzione della forma compacta.

PubMed Central: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov — Accesso ai lavori scientifici recenti sulla specie citati in bibliografia, in particolare sulla genetica delle popolazioni e sulla filiera del miele.

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