Euphorbia balsamifera

Euphorbia balsamifera Aiton è un arbusto semisucculento della famiglia Euphorbiaceae, distribuito nelle Isole Canarie e lungo la costa atlantica del Marocco meridionale e del Sahara occidentale. All’interno del genere Euphorbia occupa una posizione che non ha equivalenti: il suo lattice non è caustico.

È un’eccezione notevole. Nella quasi totalità delle euforbie succulente il lattice è vescicante e pericoloso per gli occhi; in questa specie è mite, appena irritante, con una qualità resinosa e quasi dolce da cui derivano sia l’epiteto balsamifera, dal latino balsamum e ferre, sia il nome spagnolo tabaiba dulce, la tabaiba dolce, che la oppone alle tabaibe amare dell’arcipelago.

Questa particolarità ha reso possibile un rapporto con l’uomo senza equivalenti nella famiglia: gli antichi abitanti delle Canarie masticavano, secondo le fonti etnobotaniche, il lattice essiccato come una gomma. Oggi la pianta è il simbolo vegetale ufficiale dell’isola di Lanzarote, uno degli elementi dominanti della vegetazione a tabaibal-cardonal, e il soggetto di ricerche filogeografiche recenti che hanno rovesciato una convinzione consolidata sul funzionamento delle isole oceaniche.

Come riconoscerla

Arbusto dendroide semisucculento, dioico, di dimensioni estremamente variabili in funzione dell’esposizione. Sulle scogliere costiere più ventose resta un cuscino modellato dal vento alto appena una trentina di centimetri; nei valloni riparati diventa un alberello di tre e fino a cinque metri.

La ramificazione è dicotomica: ogni ramo si biforca ripetutamente in due, producendo una chioma arrotondata, densa e regolare. I fusti sono semisucculenti, spessi fino a una quindicina di centimetri, e — carattere immediatamente distintivo fra le euforbie succulente — completamente privi di spine. La corteccia è liscia sui rami giovani e diventa grigia, nodosa e pittorescamente contorta con l’età. I soggetti vecchi sviluppano un tronco corto e ingrossato, pachicaule, che conferisce loro un aspetto naturalmente da bonsai molto ricercato dai collezionisti.

Le foglie sono riunite in rosette all’apice dei rami: carnose, sessili, da lineari-lanceolate a ovate, lunghe da quattro a otto centimetri e larghe pochi millimetri, di un verde grigiastro glauco. La pianta può restare sempreverde in condizioni favorevoli, ma perde il fogliame nei periodi di siccità prolungata, affidando allora la fotosintesi ai tessuti verdi del fusto.

L’infiorescenza è terminale e ridotta, spesso, a un unico ciazio quasi sessile di circa 6 mm all’estremità di ogni ramo: un carattere raro nel genere e utile per l’identificazione. I ciazi sono di colore giallo pallido o giallo verdastro e compaiono fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.

La specie è dioica, con individui maschili e individui femminili distinti. Anche questo è poco comune in un genere in cui la maggioranza delle specie è monoica, e ha una conseguenza pratica immediata per chi voglia ottenere semi in collezione.

Il frutto è una piccola capsula trilobata che a maturità si apre con violenza proiettando i semi.

Ibridi

Non sono documentati ibridi naturali per Euphorbia balsamifera nelle fonti consultate. La specie condivide il territorio con le tabaibe amare canarie, ma queste appartengono a un altro sottogenere, il che rende l’incrocio improbabile.

Va segnalato invece che le analisi genomiche recenti hanno individuato un segnale di mescolanza fra le popolazioni delle isole orientali e quelle del nord-ovest africano: non un’ibridazione fra specie, ma uno scambio genetico fra popolazioni della stessa specie attraverso il braccio di mare.

Confusioni possibili

La confusione principale non è morfologica ma nomenclaturale, e riguarda i due taxa che fino a poco fa erano trattati come parte della stessa specie.

Euphorbia adenensis Deflers, un tempo Euphorbia balsamifera subsp. adenensis, è oggi accettata come specie distinta. Occupa il versante orientale del Sahara: coste del Mar Rosso, Corno d’Africa, Arabia meridionale e Socotra.

Euphorbia sepium N.E.Br. è stata riabilitata dalla sinonimia e occupa la fascia saheliana, dalla Mauritania e dal Senegal fino al Niger, alla Nigeria e al Ciad. Questo punto ha conseguenze concrete: gran parte della letteratura etnobotanica e agronomica saheliana pubblicata sotto il nome Euphorbia balsamifera — siepi vive, foraggio, usi medicinali in Senegal e in Nigeria — si riferisce in realtà a Euphorbia sepium. Chi consulta fonti anteriori alla revisione deve verificare la provenienza geografica del materiale prima di attribuirne i dati a questa scheda.

Fra le tabaibe canarie, la distinzione è agevole. Euphorbia lamarckii e Euphorbia regis-jubae, le tabaibe amare, hanno un lattice caustico e infiorescenze in pseudoombrelle peduncolate, non ridotte a un ciazio solitario. Euphorbia aphylla è completamente priva di foglie. Euphorbia atropurpurea si riconosce alle brattee rosso scuro.

Tassonomia

Euphorbia balsamifera Aiton è stata descritta dal botanico inglese William Aiton nel 1789, nella prima edizione dello Hortus Kewensis (2: 137). Il nome è accettato da POWO, che indica come areale nativo le Isole Canarie, il Marocco occidentale e il Sahara occidentale.

Il sinonimo omotipico è Tithymalus balsamifer (Aiton) Haw. (1812). Fra i sinonimi eterotipici figurano Euphorbia rogeri N.E.Br., le combinazioni di rango varietale e sottospecifico che ne derivano, e Euphorbia capazii Caball.

Sul piano infragenerico la specie appartiene alla sezione Balsamis Webb & Berthelot, un piccolo clade all’interno del sottogenere Athymalus. Questa collocazione merita attenzione: le altre tabaibe canarie, quelle della sezione Aphyllis, appartengono al sottogenere Esula. La tabaiba dolce e le tabaibe amare, che condividono il nome vernacolare, l’aspetto generale e l’habitat, provengono quindi da due lignaggi distinti del genere. È un caso di convergenza istruttivo quanto quello, più citato, fra euforbie e cactus.

Due lavori recenti hanno stabilizzato la situazione nomenclaturale. Riina e collaboratori, nel 2021, hanno riesaminato il complesso con un approccio integrativo che combina dati filogenomici, morfometria, aree di distribuzione, età dei cladi e nicchie climatiche, e hanno riconosciuto tre specie monofiletiche là dove si vedeva un’unica specie a due sottospecie. Ferrer-Gallego e Riina hanno poi proposto, nel 2023, la neotipificazione di Euphorbia balsamifera, che fino ad allora era priva di una designazione formale di tipo.

In natura

Euphorbia balsamifera è presente su tutte le isole principali dell’arcipelago canario e sui suoi isolotti, ed è una delle specie più abbondanti e caratteristiche del tabaibal-cardonal, la formazione arbustiva succulenta che occupa la fascia costiera termofila dal livello del mare fino a circa 800 metri di quota. Vi convive con Euphorbia canariensis, Euphorbia lamarckii, Euphorbia regis-jubae, Kleinia neriifolia e Plocama pendula.

Sul continente la specie occupa popolazioni sparse lungo la costa atlantica del Marocco meridionale e del nord del Sahara occidentale, dove è nettamente meno comune che nelle isole.

Cresce su substrati rocciosi, comprese le colate laviche, su sabbie dunali fissate, su falesie costiere e su suoli calcarei o gessosi. Tollera il pieno sole, l’aridità estrema — con piogge annue che possono scendere a un centinaio di millimetri — e il vento carico di salsedine.

Una storia biogeografica ribaltata

Euphorbia balsamifera è uno degli esempi classici della Rand Flora, lo schema biogeografico che accosta taxa strettamente imparentati situati ai margini opposti del continente africano, separati dall’aridificazione progressiva del Sahara. La sua specie sorella, Euphorbia adenensis, si trova esattamente dall’altra parte del deserto.

Uno studio pubblicato negli Annals of Botany nel 2024 ha ricostruito la storia della colonizzazione con dati genomici di popolazione e reti neurali convoluzionali. I risultati sono notevoli su tre punti.

La colonizzazione delle Canarie ha seguito uno schema da est a ovest, per tappe successive, a partire da Lanzarote e Fuerteventura, le isole più antiche e più vicine all’Africa.

Le popolazioni di Lanzarote e Fuerteventura si sono poi localmente estinte e sono state ricolonizzate a partire da Tenerife e Gran Canaria.

Soprattutto, le popolazioni continentali del Marocco e del Sahara occidentale non sono il ceppo ancestrale da cui deriverebbero quelle insulari: portano la firma di una ricolonizzazione a partire dalle isole orientali. Le piante africane discendono dalle piante delle isole, non il contrario.

Questo risultato contraddice l’idea corrente secondo cui le isole oceaniche sarebbero vicoli ciechi evolutivi, semplici collettori della biodiversità continentale. Le Canarie hanno funzionato qui come sorgente, esportando linee genetiche verso il continente. È uno dei casi meglio documentati di ricolonizzazione insula-continente nelle piante.

Conservazione

La specie non figura fra i taxa minacciati: è localmente abbondante nelle Canarie e vi costituisce una componente dominante del paesaggio. Come tutte le euforbie succulente rientra nell’Appendice II della CITES, che regola il commercio internazionale, in particolare degli esemplari di raccolta.

Coltivazione in piena terra

La coltivazione in piena terra è realistica nelle situazioni litoranee mediterranee più miti, e la specie è considerevolmente più tollerante al freddo della maggior parte delle euforbie succulente.

Serve pieno sole. In luce insufficiente i fusti si allungano e la chioma compatta e arrotondata, che è tutto il pregio della pianta, si disorganizza; una leggera ombra pomeridiana è accettabile solo nei climi molto caldi.

Il terreno deve essere drenante: la specie tollera un’ampia gamma di substrati, rocciosi, calcarei o vulcanici, a condizione che l’acqua non ristagni. Su suolo pesante si impone un rialzo.

Un punto merita attenzione perché va controcorrente rispetto alle abitudini: il periodo principale di crescita è l’autunno e l’inverno, che corrisponde alla stagione fresca e umida delle Canarie, mentre nei mesi più caldi la pianta entra in semiriposo e può perdere le foglie. Le irrigazioni vanno regolate su questo ritmo, un poco più generose nella stagione fresca e molto contenute in piena estate. È l’errore più frequente su questa specie.

Nessuna concimazione è necessaria in piena terra.

Coltivazione in vaso

In contenitore la specie dà ottimi risultati, ed è anzi in vaso che si apprezza meglio il suo portamento da bonsai naturale. Gli esemplari vecchi e ben formati sono fra i più costosi del commercio specializzato.

Il substrato sarà minerale in larga prevalenza: sabbia grossolana, pomice o lapillo, con una frazione ridotta di materia organica. Il drenaggio è la condizione non negoziabile, perché il marciume radicale da eccesso d’acqua è la prima causa di perdita.

Le annaffiature seguono il ritmo invertito descritto sopra: substrato lasciato asciugare completamente fra un intervento e l’altro, apporti regolari ma misurati in autunno e inverno, riduzione forte in estate.

Lo svernamento si fa al riparo dal gelo, fra 5 e 10 °C, in condizioni luminose e all’asciutto.

Moltiplicazione

Per talea è il metodo pratico. Si preleva una ramificazione in primavera, si lascia cicatrizzare la superficie di taglio per diversi giorni fino a una settimana, poi si pianta in substrato drenante, in luce viva ma non diretta, annaffiando solo a substrato asciutto. La radicazione avviene in genere in poche settimane.

Per seme la semina è possibile con seme fresco, che va utilizzato rapidamente perché perde vitalità. Attenzione però: la specie è dioica. Ottenere semi in collezione richiede un individuo maschile e un individuo femminile in fioritura simultanea, condizione che spiega la rarità dei semenzali nel circuito amatoriale.

Malattie e parassiti

I problemi sono pochi e quasi tutti riconducibili alla gestione dell’acqua.

Il marciume radicale da eccesso di irrigazione è il rischio dominante, aggravato quando le annaffiature estive vengono mantenute su una pianta che è entrata in semiriposo.

Le cocciniglie farinose sono il parassita più comune in coltura e si insediano alle ascelle dei rami e sotto le rosette apicali.

Va segnalato un dato di campo interessante riportato dalla letteratura: la pianta non viene brucata dal bestiame né attaccata dalle termiti, il che contribuisce alla sua persistenza nelle formazioni naturali.

Rusticità

La specie è moderatamente sensibile al gelo ma nettamente più resistente delle euforbie succulente tropicali, il che si spiega con la sua origine canaria, dove alle basse quote le temperature invernali si avvicinano occasionalmente allo zero.

Le banche dati orticole la collocano in zona USDA 9b, cioè attorno a -3,8 °C, con fonti più prudenti che indicano -1 °C. La coltivazione permanente in piena terra è documentata in Provenza, al Domaine du Rayol di Rayol-Canadel-sur-Mer, nella sezione canaria di questo giardino botanico: un versante costiero esposto a sud, con ottimo drenaggio dell’aria e gelate minime.

Questo esempio indica anche i limiti dell’operazione. La riuscita richiede la combinazione di più condizioni: posizione costiera riparata, drenaggio dell’aria per evitare i ristagni di aria fredda, suolo drenante e protezione dai venti freddi. Nelle situazioni meno favorevoli della stessa zona climatica — valli interne, terreni pianeggianti, esposizione al maestrale — il rischio di perdere la pianta in un inverno eccezionale resta reale. Una gelata prolungata sotto i -4 o -5 °C, soprattutto con substrato umido, non è sopportata.

Un’osservazione utile emerge dallo spoglio dei forum specializzati: non si trovano casi documentati di perdita di Euphorbia balsamifera per il gelo. Questo dipende probabilmente da due fattori concomitanti, cioè una tolleranza reale alle gelate brevi e leggere e l’abitudine dei collezionisti a ricoverare sistematicamente la pianta, che non le lascia mai l’occasione di fallire.

Usi tradizionali

La gomma da masticare dei Guanci

L’uso più celebre riguarda il lattice. Alle popolazioni aborigene delle Canarie è attribuita l’abitudine di masticare il lattice essiccato della tabaiba dolce, pratica resa possibile unicamente dal carattere non caustico della linfa e senza equivalenti nella famiglia Euphorbiaceae. Le fonti etnobotaniche riportano anche un impiego per l’igiene dentale.

Alimentazione e medicina popolare

Le foglie sono state tradizionalmente raccolte e cotte come verdura in alcune zone delle Canarie: anche in questo caso è la mitezza del lattice a renderlo possibile, cosa impensabile con qualsiasi altra euforbia succulenta.

In Marocco il lattice è stato utilizzato nella medicina popolare come anestetico dentale in caso di dolore acuto. Preparazioni a base di foglie, fusti e radici sono state studiate per l’attività antibatterica, con risultati riportati contro alcuni ceppi comuni.

Su tutti questi usi vale una precisazione: il lattice è mite rispetto agli standard del genere, non innocuo. Resta irritante per le persone sensibili e va tenuto lontano dagli occhi. E, come detto più sopra, una parte degli usi africani attribuiti storicamente a questa specie riguarda in realtà Euphorbia sepium.

Domande frequenti

Perché si chiama tabaiba dolce? Perché il suo lattice non è caustico, contrariamente a quello di quasi tutte le altre euforbie. Il nome la distingue dalle tabaibas amargas, le tabaibe amare come Euphorbia lamarckii e Euphorbia regis-jubae, il cui lattice è aggressivo.

È la stessa cosa di Euphorbia adenensis? No, non più. Euphorbia adenensis, del Corno d’Africa e dell’Arabia meridionale, era trattata come sottospecie di Euphorbia balsamifera; la revisione del 2021 e POWO la accettano oggi come specie distinta.

Posso coltivarla come bonsai? Sì, ed è uno dei suoi impieghi più apprezzati. I soggetti vecchi sviluppano naturalmente un tronco corto e ingrossato, una corteccia nodosa e una chioma compatta che si presta alla formazione.

Il lattice è pericoloso da toccare? È molto più mite di quello delle altre euforbie e non provoca le ustioni tipiche del genere, ma resta irritante per le persone sensibili e non deve raggiungere gli occhi. Guanti da giardinaggio ordinari come precauzione.

Perché la mia pianta perde le foglie in estate? È il comportamento normale della specie, che ha il suo periodo di crescita in autunno e inverno ed entra in semiriposo nei mesi caldi. Non va annaffiata di più per farla ripartire: è esattamente il modo di ucciderla.

Siti di riferimento

Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew: https://powo.science.kew.org — Autorità nomenclaturale seguita in questo sito; ha fornito la citazione di pubblicazione originale, i sinonimi e l’areale nativo della specie nella sua circoscrizione attuale, oltre allo statuto di specie distinta di Euphorbia adenensis.

International Plant Names Index: https://www.ipni.org — Verifica delle citazioni d’autore e dei luoghi di pubblicazione.

PubMed Central: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov — Accesso al testo integrale dello studio filogeografico del 2024, fonte della ricostruzione della colonizzazione delle Canarie e della ricolonizzazione del continente.

Phytotaxa: https://www.mapress.com — Testo della neotipificazione del 2023, che precisa la posizione della specie nella sezione Balsamis e nel sottogenere Athymalus.

LLIFLE, Encyclopedia of Succulents: https://llifle.com — Dati di habitat, variabilità del portamento e osservazioni di campo, fra cui l’assenza di consumo da parte del bestiame e delle termiti.

Macaronesian.org: https://www.macaronesian.org — Scheda descrittiva regionale e distribuzione dettagliata negli isolotti dell’arcipelago.

Bibliografia

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Riina, R., Villaverde, T., Rincón-Barrado, M., Molero, J. et al. (2021). More than one sweet tabaiba: disentangling the systematics of the succulent dendroid shrub Euphorbia balsamifera. Journal of Systematics and Evolution 59(6): 1173–1190. [Revisione integrativa che ha suddiviso il concetto tradizionale in tre specie: Euphorbia balsamifera, Euphorbia adenensis ed Euphorbia sepium. Riferimento indispensabile per interpretare la letteratura anteriore.]

Ferrer-Gallego, P.P. & Riina, R. (2023). Neotypification of the sweet tabaiba, Euphorbia balsamifera (Euphorbiaceae). Phytotaxa 630(2): 159–162. doi:10.11646/phytotaxa.630.2.8. [Designazione del neotipo e sintesi aggiornata della posizione infragenerica della specie.]

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