Euphorbia canariensis L. è la più imponente delle euforbie macaronesiche e uno dei simboli vegetali dell’arcipelago canario, al punto da essere stata adottata come pianta simbolo di Gran Canaria. Appartiene alla famiglia Euphorbiaceae e, all’interno del genere Euphorbia, al sottogenere Euphorbia, quello delle grandi cactiformi tropicali.
Forma colonie di fusti colonnari eretti, verdi glauchi, a sezione quadrangolare o pentagonale, armati di spine appaiate lungo gli spigoli. Un individuo vecchio può riunire diverse centinaia di fusti alti tre o quattro metri e coprire oltre cento metri quadrati. Queste formazioni danno il nome a un intero tipo di vegetazione, il cardonal-tabaibal, che occupa il piano basale arido delle isole.
Il nome spagnolo cardón richiama il cardo, per via dell’armatura di spine. L’epiteto specifico rinvia semplicemente all’arcipelago d’origine. Quanto al nome di genere, è dedicato a Euphorbus, medico del re Giuba II di Mauritania, che secondo la tradizione inviò una spedizione alle Canarie nel I secolo.
Dietro questa silhouette familiare si nasconde una delle storie biogeografiche più sorprendenti della flora macaronesica, di cui si parlerà nella sezione tassonomica.
Come riconoscerla
Arbusto succulento perenne di portamento candelabriforme, che con l’età assume una sagoma globosa d’insieme. I fusti misurano abitualmente da uno a due metri, eccezionalmente tre o più, per 5-10 cm di diametro. Sono eretti, paralleli, carnosi ma lignificati verso la base, e nascono per ramificazione basale a partire da un fusto centrale: la colonia si allarga così in cerchi concentrici attorno al pioniere iniziale.
La sezione è quadrangolare o pentagonale, più raramente esagonale. I lati sono piani e lisci, gli spigoli acuti e armati per tutta la loro lunghezza. Le spine sono corte, rossastre, sempre appaiate su una base allargata e ricurve verso l’alto. Il colore va dal verde chiaro al verde glauco o giallastro, e vira al grigio argenteo nelle porzioni più vecchie e basali.
La pianta è priva di foglie. Restano solo rudimenti fogliari all’apice vegetativo, atrofizzati in piccoli tubercoli disposti lungo gli spigoli, in corrispondenza delle stipole trasformate in spine.
I ciazi misurano circa 5 mm, sono di colore verde rossastro con ghiandole nettarifere ellittiche rosso scuro, e compaiono nella parte terminale dei fusti, sulla linea degli spigoli, fra le coppie di spine. La fioritura si colloca in primavera e in estate, indicativamente da maggio a luglio.
I frutti sono capsule tricocche rosse o brune, densamente disposte lungo gli spigoli della parte alta dei fusti: è lo stadio in cui la pianta è più vistosa. Nelle giornate calde dell’estate si sentono distintamente gli scoppi delle capsule che proiettano i semi a diversi metri di distanza.
Gli esemplari possono superare il secolo di vita.
Ibridi
A differenza delle tabaibe canarie, che si incrociano fra loro con notevole facilità e hanno prodotto una serie di nototaxa descritti, Euphorbia canariensis non ha ibridi naturali documentati.
La spiegazione è filogenetica. Le tabaibe appartengono tutte al sottogenere Esula, sezione Aphyllis, e formano un gruppo di specie strettamente imparentate fra loro. Euphorbia canariensis appartiene invece al sottogenere Euphorbia: la distanza genetica che la separa dalle altre euforbie dell’arcipelago è tale da escludere l’incrocio. L’unica altra cactiforme delle Canarie, Euphorbia handiensis, condivide con lei la sezione ma non il lignaggio, come si vedrà più avanti.
Chi coltiva la specie non deve quindi temere l’inquinamento genetico che riguarda le tabaibe ornamentali, ma questo non elimina l’obbligo di procurarsi materiale di origine controllata.
Confusioni possibili
La confusione più frequente è con i cactus, e si risolve in due secondi: il cardón non ha areole, e qualsiasi ferita libera un lattice bianco abbondante che nessun cactus produce. Le spine, inoltre, nascono direttamente sullo spigolo in coppie, non da un cuscinetto di peli.
Con Euphorbia handiensis, l’altra cactiforme canaria, la distinzione è netta: quest’ultima è endemica della penisola di Jandía, a Fuerteventura, resta molto più bassa e forma cuscini densi di fusti numerosi e più sottili, senza mai assumere il portamento a candelabro.
Le cactiformi marocchine Euphorbia officinarum ed Euphorbia resinifera, talvolta vendute con etichette approssimative, formano masse basse e arrotondate e non raggiungono mai il portamento candelabriforme del cardón.
Le grandi euforbie candelabriformi africane — Euphorbia ingens, Euphorbia candelabrum, Euphorbia abyssinica — si distinguono per il portamento arborescente, con un vero tronco che porta una chioma ramificata in alto, mentre nel cardón i fusti partono tutti dalla base.
Tassonomia
Euphorbia canariensis L. è stata descritta da Linneo in Species Plantarum: 450 (1753). Il nome è accettato da POWO. I sinonimi omotipici sono Tithymalus canariensis (L.) H.Karst. e Torfasadis canariensis (L.) Raf., testimonianze di tentativi ottocenteschi di smembrare il genere Euphorbia.
La specie è collocata nel sottogenere Euphorbia, sezione Euphorbia, la sezione che riunisce le cactiformi africane e asiatiche. Fin qui nulla di sorprendente. La sorpresa sta nella sua posizione all’interno della sezione.
Uno studio filogenetico e filogeografico pubblicato nel 2024 ha mostrato che Euphorbia canariensis occupa una posizione precoce nella diversificazione della sezione Euphorbia e che i suoi parenti più prossimi non si trovano in Africa, ma nel Sud-Est asiatico: Euphorbia epiphylloides, specie minacciata delle isole Andamane, Euphorbia lacei ed Euphorbia sessiliflora. Fra le due aree ci sono più di diecimila chilometri.
Questa disgiunzione va oltre lo schema classico della Rand Flora, che accosta taxa distribuiti lungo i margini del continente africano. La datazione fornisce l’interpretazione più probabile: la separazione fra Euphorbia canariensis e i suoi parenti asiatici risale a un intervallo compreso fra circa 4 e 13 milioni di anni fa, cioè al periodo di formazione dei deserti sahariano, arabico e siriano. L’ipotesi favorita non è quindi una dispersione transcontinentale, ma l’estinzione dei lignaggi intermedi man mano che l’aridificazione avanzava. Nessun fossile del gruppo è però stato ancora trovato, e questa resta una ricostruzione da confermare.
Lo stesso studio ha stabilito che Euphorbia handiensis, l’altra cactiforme canaria, non è imparentata da vicino con il cardón: è sorella della nordafricana Euphorbia officinarum e si colloca nel cuore della sezione. Le due cactiformi dell’arcipelago derivano quindi da due colonizzazioni indipendenti.
Sul piano interno all’arcipelago, la colonizzazione fra isole segue un andamento da ovest a est, contrario alla “regola di progressione” che ci si attenderebbe in un arcipelago le cui isole orientali sono le più antiche. La Gomera è indicata come area ancestrale più probabile. La specie non possiede alcun adattamento alla dispersione a lunga distanza, né nei frutti né nei semi, e il numero di eventi di colonizzazione fra isole stimato resta modesto rispetto ad altre piante canarie.
In natura
Euphorbia canariensis è endemica delle Canarie e presente su tutte le isole principali tranne Lanzarote, dove alcune citazioni storiche non hanno trovato conferma in tempi recenti. È abbondante nelle isole centrali e occidentali, e al contrario molto rara a Fuerteventura.
Occupa pendii rocciosi secchi, dirupi, colate laviche e margini di barranco, dal livello del mare fino a circa 900 metri di quota. È l’elemento dominante del cardonal, la formazione a cardones che struttura il paesaggio delle zone basse, associata alle tabaibe nel complesso vegetazionale noto come cardonal-tabaibal.
Le colonie non sono soltanto un elemento paesaggistico. La struttura fitta e spinosa crea al proprio interno un microambiente riparato, al quale si associano diverse specie vegetali e animali.
La specie è classificata dalla IUCN nella categoria di minor preoccupazione e figura fra le specie protette dalla normativa canaria. Va però osservato che la fascia costiera bassa che ospita i cardonales è anche la più soggetta alla pressione urbanistica dell’arcipelago.
Da segnalare, per completezza, che la specie è stata recentemente censita come naturalizzata in Tunisia, primo caso documentato per l’Africa continentale.
Coltivazione in piena terra
La regola essenziale è controintuitiva per chi la scopre: il cardón soffre più della generosità che della trascuratezza. Troppa acqua e un terreno troppo concimato gli fanno perdere il portamento e il colore caratteristici, oltre a esporlo al marciume.
Serve un’esposizione in pieno sole e un terreno povero, pietroso, perfettamente drenante, eventualmente calcareo. Su suolo pesante si impone un rialzo drenante. La pianta tollera bene l’esposizione al vento marino, coerentemente con il suo habitat costiero.
Le irrigazioni si limitano ai primi mesi dopo la messa a dimora. In seguito, in clima mediterraneo, le piogge bastano. Nessuna concimazione, o al massimo un apporto minerale molto leggero a inizio primavera sui soggetti giovani che si vogliono far crescere più in fretta.
La crescita è lenta e va accettata come tale: un esemplare che formi una colonia di dimensioni visibili richiede decenni. In compenso la longevità è notevole, e una pianta ben piazzata non chiederà più nulla per il resto della sua esistenza.
Le operazioni di potatura vanno programmate: la superficie di taglio è ampia, il lattice fuoriesce abbondante e le cicatrici restano visibili per anni.
Coltivazione in vaso
In contenitore la specie resta gestibile a lungo, perché la crescita lenta ritarda il momento in cui il vaso diventa insufficiente.
Il substrato sarà minerale per almeno due terzi: pomice, lapillo o pozzolana, sabbia grossolana e una frazione ridotta di terriccio. Un contenitore pesante è preferibile: la pianta diventa rapidamente sbilanciata verso l’alto e un vaso leggero si rovescia.
Le annaffiature seguono la stagione: regolari ma distanziate in primavera e in autunno, ridotte nel cuore dell’estate se la crescita rallenta, sospese in inverno. Il substrato deve asciugare completamente fra un intervento e l’altro.
Il rinvaso si effettua ogni due o tre anni all’inizio della primavera. Attenzione alla manipolazione: i fusti sono armati e si spezzano facilmente alla base, e un urto lascia una cicatrice permanente. Guanti spessi e una fascia di cartone attorno alla pianta rendono l’operazione praticabile.
Moltiplicazione
Per seme è la via normale per questa specie. I semi però sono piccoli e difficili da ottenere in coltura, come segnalava già la letteratura canaria classica. La semina si fa in primavera su substrato minerale, con seme fresco. Chi dispone di piante fruttificanti deve prevedere una rete o un sacchetto attorno alle capsule mature, perché la deiscenza esplosiva disperde i semi in pochi istanti.
Per talea il metodo funziona molto meno bene che nella maggior parte delle euforbie a fusti articolati: la radicazione dei frammenti di fusto riesce solo raramente. Se si tenta, si preleva un segmento con lama pulita, si arresta il flusso di lattice con acqua fredda e si lascia cicatrizzare all’asciutto per almeno due settimane prima di posare la talea su substrato appena umido, al caldo.
Va ricordato che qualsiasi taglio su questa specie libera un lattice particolarmente aggressivo, e che l’operazione richiede protezioni.
Malattie e parassiti
Il marciume basale è il problema dominante e deriva quasi sempre dall’eccesso d’acqua o da un substrato che trattiene l’umidità. Sui grandi soggetti si manifesta con un imbrunimento molle alla base di un fusto e può estendersi agli altri fusti, che condividono la ramificazione basale: da qui l’importanza di intervenire subito asportando la parte colpita.
Le cocciniglie farinose si insediano nelle scanalature fra gli spigoli e alla base dei fusti, dove sono ben protette. Le cocciniglie radicicole compaiono nei vasi trascurati.
Il ragnetto rosso può intervenire in serra calda e secca; il danno è estetico ma permanente, perché le zone argentate non recuperano il colore.
I danni meccanici sono infine da considerare come una vera patologia in questa specie: ogni ferita resta visibile per anni ed è una porta d’ingresso per i funghi.
Rusticità
Il cardón proviene da un piano bioclimatico dove il gelo è raro o assente, e la sua tolleranza al freddo è limitata. Le fonti orticole indicano un limite attorno a -2 °C, che corrisponde a una gelata leggera e breve.
Al di sotto compaiono danni all’epidermide, che si traducono in macchie brune permanenti sui fusti, e nei casi più gravi in un collasso dei tessuti seguito da marciume. Come per tutte le succulente, la combinazione fra freddo e umidità è molto più pericolosa del freddo secco.
Non esistono, a quanto risulta, prove sistematiche pubblicate sul comportamento della specie in piena terra fuori dal suo areale, e questa soglia va quindi considerata come un’indicazione pratica e non come un dato sperimentale. In termini concreti, la coltivazione in piena terra è ragionevole solo sul litorale mediterraneo più mite; altrove il vaso con ricovero invernale in serra fredda o in veranda è la soluzione da preferire.
Usi tradizionali
Il lattice del cardón è estremamente tossico, e tutti i suoi usi storici derivano da questa proprietà.
Il più noto è l’embarbascar, una tecnica di pesca praticata già dai guanci: si gettavano frammenti di fusto schiacciati nelle pozze costiere, il lattice stordiva o uccideva i pesci che vi si erano rifugiati e questi venivano poi raccolti a mano in superficie. La pratica è sopravvissuta per secoli ed è oggi del tutto marginale.
In veterinaria tradizionale il lattice serviva da purgante per le capre e si applicava sulle mammelle in caso di infiammazione. Nella medicina popolare si usava una goccia di lattice sul dente dolorante, un unguento a base di lattice e olio per foruncoli e affezioni respiratorie, e cauterizzazioni di verruche, fistole e ulcere. Sono tutte pratiche pericolose: ingerito, il lattice è un purgante violento che provoca svenimenti e sudori freddi; a contatto ustiona la pelle e può causare reazioni respiratorie.
Usi non medicinali sono attestati anch’essi: i fusti secchi servivano da legna da ardere, e a Tenerife venivano impiegati per l’affumicatura del formaggio.
Oggi la specie è largamente utilizzata come ornamentale nei giardini dell’arcipelago e, sempre di più, nei giardini xerici del sud dell’Europa. Come tutte le euforbie succulente rientra nell’Appendice II della CITES, e ogni movimento internazionale richiede la documentazione corrispondente.
Domande frequenti
È un cactus? No, ed è l’esempio scolastico di convergenza evolutiva. Il cardón non ha areole e produce lattice; i cactus hanno areole e non ne producono. Le due famiglie non sono imparentate e hanno sviluppato la stessa architettura per rispondere alle stesse costrizioni di aridità.
Perché la mia pianta ha fusti sempre più sottili verso l’alto? È la manifestazione tipica di una luce insufficiente, spesso associata a un vaso troppo piccolo o a un substrato esaurito. Si sposta la pianta in pieno sole e si rinvasa; i fusti già formati non cambieranno.
Il lattice è pericoloso? Molto. Provoca ustioni cutanee, lesioni oculari gravi e reazioni respiratorie, e la specie figura fra le euforbie più tossiche dell’arcipelago. Guanti, occhiali e ventilazione sono indispensabili per ogni potatura.
Quanto vive? Oltre un secolo per le colonie ben insediate, che continuano ad allargarsi per ramificazione basale. È una delle piante più longeve del piano basale canario.
Posso raccogliere una talea da una pianta selvatica? No. La specie è protetta dalla normativa canaria e rientra nell’Appendice II della CITES. Va aggiunto che le talee attecchiscono male, il che rende il prelievo tanto illegale quanto inutile.
Siti di riferimento
Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew: https://powo.science.kew.org — Autorità nomenclaturale seguita in questo sito; ha fornito la citazione di pubblicazione, i due sinonimi omotipici e l’indicazione della naturalizzazione in Tunisia.
Flora de Canarias: https://floracanaria.com — Scheda descrittiva molto dettagliata, con la morfologia dei ciazi, l’etimologia e la documentazione etnobotanica più completa reperita sull’embarbascar e sugli usi medicinali e domestici.
CanariWiki, Gobierno de Canarias: https://www3.gobiernodecanarias.org/medusa/wiki — Fonte istituzionale per la descrizione generale, lo statuto di protezione e gli usi tradizionali; utile per verificare i dati regionali.
Atlas Rural de Gran Canaria: https://www.atlasruraldegrancanaria.com — Dati di distribuzione fine a livello di località e descrizione dell’habitat; la fonte più precisa reperita sulla corologia insulare.
Jardín Botánico Viera y Clavijo, Cabildo de Gran Canaria: https://descargas.grancanaria.com — Scheda tecnica che sintetizza Bramwell e Kunkel, con i dati dimensionali e le indicazioni sulla difficoltà di ottenere semi.
LLIFLE, Encyclopedia of Succulents: https://llifle.com — Dati orticoli e riferimento bibliografico originale; nomenclatura non sempre aggiornata, da confrontare con POWO.
Bibliografia
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Dorsey, B.L., Haevermans, T., Aubriot, X., Morawetz, J.J., Riina, R., Steinmann, V.W. & Berry, P.E. (2013). Phylogenetics, morphological evolution, and classification of Euphorbia subgenus Euphorbia. Taxon 62(2): 291–315. [Classificazione sezionale del sottogenere Euphorbia; inquadra la sezione Euphorbia a cui appartengono le cactiformi africane, asiatiche e canarie.]
Bramwell, D. & Bramwell, Z. (2001). Wild Flowers of the Canary Islands, 2ª ed. Editorial Rueda, Madrid. [Riferimento classico per la flora canaria; base delle descrizioni morfologiche e dei dati di habitat ripresi dalle schede insulari.]
Kunkel, G. & Kunkel, M.A. (1978). Flora de Gran Canaria. Cabildo Insular de Gran Canaria, Las Palmas. [Fonte classica per le dimensioni degli esemplari, la fenologia e le difficoltà di moltiplicazione della specie.]
Carter, S. & Eggli, U. (2003). The CITES Checklist of Succulent Euphorbia Taxa (Euphorbiaceae), 2ª ed. Bundesamt für Naturschutz, Bonn. [Elenco di riferimento delle autorità CITES; permette di verificare lo statuto commerciale del taxon.]
Eggli, U. (a cura di) (2002). Illustrated Handbook of Succulent Plants: Dicotyledons. Springer, Berlino. [Descrizione morfologica di riferimento per le euforbie succulente; nomenclatura anteriore alle revisioni molecolari.]
